sabato 14 luglio 2012

giovani! seguite il nostro viaggio indiano qui! http://bangalore2delhi.blogspot.it/

lunedì 6 settembre 2010

Le luci di Cannes

È mercoledì sera, undici agosto. Mi guardo attorno, scruto la folla in movimento lento e le luci abbaglianti delle navi, degli hotel e dei palazzi.
Ehi, siamo a Cannes! Siamo nella città delle star! C’è la Croisette! Ci sono le palme, quelle vere e quelle dorate dipinte un po’ ovunque. C’è il Palais des Festivals (il Palais!)e la sua cornice di segni lasciati nel cemento da illustri, illustrissime mani. Ci sono automobili tali da far apparire il mezzo con cui io ed i miei amici siamo arrivati (un auto che normalmente definiremmo più che dignitosa ed addirittura bella) un’utilitaria scassata. Ci sono portieri e camerieri in livrea che non mi degnano neppure d’uno sguardo quando passo davanti agli ingressi dei loro hotel e locali di lusso. Ci sono io che, ahimè, per vari motivi personali e non (tra cui i pantaloncini che indosso, malvisti dalla security) mi trovo a vagare per il celeberrimo lungomare, escluso dall’esclusivo concerto di un famoso diggèi che si tiene al già citato Palais. I miei amici son riusciti ad entrare, e la loro serata sarà fantastica. Ma io non posso certo dire di essere totalmente dispiaciuto della mia situazione. Insomma, un tale evento non fa per me (e soprattutto non fa per me il prezzo dell’entrata). E allora eccomi sulla Croisette, a girare a piacimento fino a notte inoltrata. Tra una coppa di gelato (troppo cioccolato di guarnizione – bocciata), un po’ di vagabondaggio per la città bella ed un paio di riflessioni esistenziali in riva al mare (ah, la fine dell’adolescenza…) arrivano le due. È tempo di muoversi, che tocca a me fare da autista per tutti, in ‘sta vacanza. Recupero l’auto dal parcheggio sotterraneo, mi dispero un po’ in giro cercando un maledetto distributore di benzina (fortuna che qualche anima pia la si trova ancora a certe ore in queste città estive) ed infine m’avvio verso la Croisette, sperando di trovare un buco (anche illegale) da quelle parti. La folla si è diradata. Le famigliole, i branchi di giapponesi e i pensionati o quasi hanno raggiunto i loro loculi. Rimangono gruppi di giovani sulle spiagge o sul muretto del lungomare. E belle ragazze giovani, che sole o a gruppi si fermano vicine agli ingressi degli hotel o alle fermate del bus o su qualche panchina. “Peccato non avere con me delle sigarette o un accendino” penso ingenuamente tra me e me mentre guido, memore delle passate esperienze e delle tante belle ragazze viste andar via deluse dal mio essere non fumatore. Ma la mia ingenuità (o era un semplice nascondersi la realtà delle cose?) si dilegua alla curva successiva. Dove colgo il sorriso innocente, imbarazzato e limpidamente sfrontato di una ragazza vestita di scuro. Una gonna neanche troppo corta. Una camicetta, forse, normale, carina, simile a quelle che ho visto addosso a mie amiche. E quel sorriso. Ancora quel sorriso rivolto verso di me, inequivocabilmente ammiccante nella sua ritrosia. E capisco. E forse già sapevo, ma non volevo sapere.
Non sono un moralista. Non invoco battagliere ronde né spioni della Buoncostume ad ogni angolo. Ma non era questa la Croisette che immaginavo. Non era questa la Croisette che mi era stata venduta. Io credevo che almeno qui esistesse quella finta patina dorata tipica della vita perfetta delle star. Anche solo su questo lungomare troppo famoso. Credevo che almeno i clienti dei lussuosi hotel dovessero passare nell’oscura via parallela, a dieci metri di distanza, per trovare le loro compagne occasionali. Ma a quanto pare sono ancora stato ingenuo. Mi son fatto distrarre dallo specchietto per le allodole. Ed allora mi sorge una domanda: se è così facile scoprire questo lato “meno nobile” (che poi la “nobiltà” dipende dai punti di vista) della Famosa Città Della Palma D’Oro, perché nasconderlo? Perché non dire le cose come sono, perché non raccontare tutta la realtà di questa città?
Oramai non leggerò, o ascolterò, più nello stesso modo i servizi sui prossimi Festival di Cannes. Quando sentirò parlare di passerelle, feste, premi e divi, mi ritornerà sempre in mente quella città che io ho conosciuto, la Cannes che ho visto.
Parlare di prostituzione è sempre più un tabù. Un condizionamento culturale che risale dalla notte dei tempi ci impedisce di essere onesti nel valutare la questione, e spinge invece ad invocare a gran voce, a fasi alterne, l’Intervento da parte dello Stato, le Punizioni Esemplari e le Grandi Manovre per risolvere questa Grande Piaga Sociale.
Ma in realtà basta andare oltre gli stereotipi ed indagare, o anche solo immaginare, calarsi nei panni altrui, per conoscere e riconoscere l’umanità che sta oltre la facciata del mestiere più antico del mondo. Dietro quelle ragazze e quei ragazzi (perché si, esiste anche questo aspetto meno conosciuto) ci siamo noi, noi che siamo uguali a loro ma nella nostra superbia ci crediamo migliori, investiti da chissà quale Unzione di Santità. Forse è ora di scendere dal piedistallo.

“’Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco'”. (Luca 7, 47)

Isissibus*

La stretta

Un conato, un'eruzione profonda,
con cui vomito la mia rabbia
per la nostra ingiustizia.
Una necessità fisica,
un'esplosione senza limiti
celata nello stridere di due denti.
La stretta spasmodica della gola,
che chiude tutto dentro
il rimbombante ritmo del cuore,
a tramortire i miei pensieri.
E mille e mille domande
che si accavallano l'una sull'altra.
Sapere di non aver avuto
qualcosa di dovuto.
Sapere che qualcosa ci è mancato.


Vedere tutto quello perso
sparso a frammenti
in quei tuoi sguardi,
in quei tuoi sorrisi
che non son mai riuscito
a rendere miei.

domenica 25 luglio 2010

Notte

Al freddo chiaro calore lunare
il sudore umido e fresco
della tempesta ormai lontana
evaporava in basse volute dense
appena scalfite dalle auto
dagli sguardi luminosi, abbagliati ed atterriti.

(Un ansimare lattiginoso e volatile
dalla strada intera
appagata e sudata)

giovedì 15 luglio 2010

Un rigurgito di coscienza?

Un guizzo alla bocca dell’accendino. Una breve fiamma, fumo e braci. La sigaretta era appesa ad una bocca contornata da guance su cui ricresceva già un filo di barba. Due occhi castanoverdi, che lanciavano intorno sguardi un poco inaciditi dall’attesa ma attenti, sempre, ai tanti piccoli dettagli, come le sode gambe dall’andamento sicuro visibili attraverso la leggera gonna grazie ad un gioco di riflessi sui vetri e sui pavimenti illuminati dal tramonto di Sao Paulo. Una tipica bellezza brasiliana, pensò l’uomo con la sigaretta, e rimase assorto ad immaginare per quale città, bordello, studio televisivo od università fosse in partenza quella donna. Con gesto distratto spense la sigaretta consumata a metà sul posacenere del gabbiotto di vetro dell’area fumatori all’interno del gigantesco aeroporto. Uscito, respirò la fredda aria dei condizionatori, spense cervello e coscienza e con un sospiro si immerse nel traffico di valigie e persone in partenza per il mondo.

Si risvegliò circa tredici ore dopo, quando, stanco del taxi su cui era salito all’aeroporto di Fiumicino, decise di tornare a respirare un po’ più liberamente e di scendere quindi al Lungotevere Sangallo per continuare a piedi fino a casa sua in Via dei Banchi Vecchi, a Campo de’ Fiori o giù di lì. Erano già le nove di mattina. Piuttosto frastornato ripensò a quando era partito la mattina presto del giorno precedente dall’aeroporto di Belo Horizonte, nel Minas Gerais. E dire che era stato più pesante e frustrante avanzare metro dopo metro imbottigliati, lui ed il tassista, nel Grande Raccordo Anulare. Neanche il viaggio transcontinentale o la lunga attesa in aeroporto. Efficiente, l’aeroporto di San Paolo, davvero efficiente, mentre a Fiumicino… lasciò a metà il pensiero mentre camminava sotto i platani del lungotevere in direzione di Castel S.Angelo. Non raggiunse l’antica fortezza papale ma passò per Via Acciaioli per giungere in Via Giulia. Nonostante la stanchezza per abitudine ricominciò a pensare al suo viaggio di lavoro. Era o non era sempre il miglior Sales Manager dell’Agrichem? Non era forse stato davvero bravo a battere ancora l’offerta di quegli idioti di americani e a confermare il contratto di fornitura esclusiva con i maggiori latifondisti produttori di caffè del Minas Gerais? Sarà anche merito suo se qualche azienda italiana manterrà il prezzo dei suoi prodotti di caffeina ridotti di 50 o 70 centesimi d’euro. E sarà anche merito suo se i grandi capi lassù a Milano continueranno ad assumere invece che a chiudere e licenziare come la maggior parte dei loro infimi concorrenti. Non capiva tanto di quella storia della crisi. In fondo io con i numeri e quant’altro non mi ci son mai trovato, pensava. In effetti, a lui interessavano, e neanche troppo, solo quelle cifre di cui aveva bisogno per vendere il nuovissimo tutticida dell’Agrichem. Il vero valore aggiunto era lui, altrochè, lui e le suo doti di affabulatore professionista. E mentre schivava un’auto impazzita ed una vecchietta che trascinava un trolley per la spesa si ricordò di quella gnocca della figlia di Hernando Ignacio Silva e al suo bellissimo culo che gli si strusciava contro mentre ballavano al party organizzato per festeggiare l’accordo di vendita… Quella serata era stato anche un ringraziamento personale di quel grasso latifondista per aver risolto i casini creati da quei rompipalle di contadini senza terra e tipici ambientalisti-difendiamo-la-natura. Grazie ai contatti giusti aveva fatto distribuire le solite mazzette e botte, e tutto s’era risolto. E non era certo il caso di farsi impressionare dai figli deformi che avevano tentato di cacciargli in mano. Conosceva quella gente, sapeva benissimo che spesso maschi e femmine della stessa famiglia scopavano assieme: quei bambini orrendi erano solo frutto dei loro incesti idioti, non colpa dei prodotti da lui venduti e usati dai padroni delle coltivazioni. Cacciati via anche loro. Ed Hernando era stato davvero contento di lui, tanto da mettergli sua figlia nel letto. Quelle si che erano scopate sane! Fantasticando sul corpo della giovane ragazza l’uomo se ne andava per il Vicolo Sugarelli, perpendicolare alla via dove abitava. Ma giunto alla fine del vicolo si risvegliò dai suoi pensieri eroticonomici e fissò il proprio sguardo sulla vetrina all’angolo. Ma qua non c’era una vecchia serranda chiusa ed arrugginita?, si domandò di fronte al vetro lucido. Sull’intera superficie campeggiava la scritta “HISTORIA MAGISTRA VITAE - mostra fotografica”. Oltre la scritta s’intravedeva un ampio spazio scuro, illuminato solo da alcune lampade puntate contro riquadri appesi alle pareti. Sulla sinistra, accanto alla vetrina, una porta aperta dava sulla strada. L’uomo rimase fermo per alcuni istanti accarezzandosi le guance ormai ispide. Che strano, rifletteva lui. Non me l’aspettavo questa. Rimase ancora un po’ a decidere se far vincere la curiosità o la stanchezza. Al diavolo, si disse, son fuori casa da tre settimane, mezz’ora in più non cambia nulla. Ed entrò nel locale a braccetto con la sua curiosità.

Appena entrato notò sulla destra un tavolo illuminato da una lampada da ufficio occupato da un PC dallo schermo antiquato ed ingombrante e dal piano ingombro di fogli e volumi di fotografia segnalati come “In Vendita”. Dietro alla scrivania stava una ragazza d’età imprecisabile - dai 19 ai 30 - grassa, truccata leggermente sugli occhi e con una crocchia appollaiata sul cranio. All’entrata dell’uomo indossò un paio di occhiali dalla montatura leggera con annesso sguardo disinteressato verso il visitatore e subito se li levò biascicando un quasi incomprensibile “Benvenuto”.
L’uomo non si occupò della scortesia della donna e si dedicò alle immagini appese alle pareti. La maggior parte di essere era in bianco e nero, e tutte portavano autore, data e luogo dello scatto. Camminando rasente al muro esaminò tutte le opere della prima stanza. Si accorse infatti, giunto alle spalle della scrivania occupata dalla donna con la crocchia che la mostra continuava in un’altra stanza. Spinto unicamente dalla curiosità, ma sempre meno interessato dai lavori fino ad allora esposti. Camminava sempre rasente al muro, fermandosi ad ogni foto. Sul suo viso rimaneva tuttavia un’espressione di forte disappunto. Arrivò alla settima foto della sala. Autore: anonimo. Anno: 1989. Luogo: Bhopal, India. Su uno sfondo grigio contornato di ciminiere e baracche era rappresentato in primo piano un vecchio dal cranio coperto da un turbante macchiato e dalla pelle olivastra cascante in migliaia di rughe tanto che il volto era simile ad un ciocco di legno colpito infinite volte da un’accetta. Il vecchio teneva in braccio un bimbo dalla testa orribilmente deforme e gonfia, senza vita negli occhi messi quasi a caso sul viso obeso ed innaturale posto sul corpo storto e rachitico come una mela marcia infilzata su uno spillo. Il bimbo teneva in mano, ben visibile, uno strano, assurdo fiore, che l’uomo mai aveva visto prima: era formato da 4 corolle, ognuna delle quali sembrava nascere dall’altra, in una crescita abnorme e rivoltante.

Rimase fermo non so quanto tempo davanti a quella fotografia. Ad un certo punto si voltò, si diresse alla scrivania dove raccolse un depliant della mostra senza che la donna seduta lo degnasse di uno sguardo ed imboccò l’uscita. Fuori dal locale, girò l’angolo e fu in Via dei Banchi Vecchi. Con un’espressione fredda ed indecifrabile sul volto superò il portone di casa sua e si diresse verso il centro della città. Girato un altro angolo, sparì dalla vista.

giovedì 8 luglio 2010

La ribellione dei profumi

Profumi sibillini
di grandi alberi, verdi ribelli
alla prepotenza cittadina,
al terrore illegale, violento e strisciante
di neri fumi pesanti e venefici,
una santa alleanza
con la pioggia violenta, irrequieta
e purificatrice.
Ed ogni facciata ed ogni strada,
ed ogni tombino ed ogni lampione azzoppato
si colora.
Tutto si colora
di nuovi odori brillanti ed anarchici.

sabato 3 luglio 2010

Dal fondo della gola

Un rombare quieto e sommesso
che so spandersi per i campi arati
come il fascio di luce dei miei fari.

Un cielo buio, senza luci
che so coperto da una densa coltre
e impregnato di umido afa.

La brezza costante attraverso le mie dita
dilatate e abbandonate al gioco del vento
fuori dall'auto, dal finestrino aperto.

Ondeggio al ritmo delle curve,
e voci profonde accompagnano il tragitto
con storie di uomini, di vite e morti.

Quanto tempo passa?
la meta è certa, la strada sicura
porta dritto a casa.

Senza impegno, abbandonato a me stesso,
ripenso al domani e a ciò che s'aspetta.

Farò, farà. faremo perchè così sia,
perchè così sarà.

Progetti più o meno nitidi e sicuri
baldanzosi sognanti orgogliosi e fruttuosi.

Ma tra loro è strisciante, ingombrante
terribile ed assassina
una sensazione, un'oscurità,
una paura non identificata,
una resa della ragione,
un annodarsi di viscere.

"E' tutto in corsa verso una grande fine.
Tutto quello che t'appartiene,
tutto quello cui appartieni
non è previsto nel nuovo.
Dalla decomposizione della tua casa
e del tuo corpo
nascerà la nuova vita.
tutto crollerà
e tutto sarà rifondato.
Il fine dell'effimero
è di inseminare l'eterno."

E' un'ammissione che ricaccio,
la nego, la dimentico.

Ma come un tumore maligno
s'annida nel fondo della gola,
em'escono strozzati pochi rantoli di paura
dibattuti in una lotta di sogni e lenzuola.

Chi e cosa si cantava,
nel crollo dell'Impero?